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È solo questione di scelta
Fioravante Tiveron al fine di spiegare cosa succede ai nostri occhi in presenza di un disturbo di refrazione, li paragona ad un braccio fratturato, per cui, si corre all'ospedale per capire l'entità del danno e farlo sistemare. L'ortopedico decide d'ingessarlo e informa che l'ingessatura rimarrà per tutta la vita. Dopo sei mesi, si ritorna all’ospedale per un controllo e con rammarico si apprende che il braccio peggiora, occorre cambiare il gesso e metterne uno più robusto. Si accetta, ma dentro noi, sentiamo che c’è qualcosa di strano, d’illogico e non si sa cosa fare. Questa è una realtà alla quale basta sostituire il braccio con gli occhi.
Tiveron dice: "Se quand’ero bambino, durante le visite scolastiche avessi confidato la difficoltà che avevo nel leggere alla lavagna, certamente, l'oculista avrebbe invitato i miei genitori a prendermi un paio di occhiali, prima che la cosa peggiorasse. Come i fatti dimostrano, in seguito, avrebbero riscontrato che l'occhio peggiorava, rifilandomi lenti via via più forti".
Maturò così la coscienza che ci debba essere un modo naturale per migliorare la vista! Poi, casualmente, sbirciando in libreria, lo sguardo va dritto su un libro diverso dai soliti, fatto ad hoc per quel momento: "il metodo Bates per vedere bene senza occhiali".
Spesso, acquistiamo testi, affidandovi molte speranze, come se avessero il potere di risolvere tutti i nostri problemi. Non è così! Essi non possono far miracoli, ma occorre non lasciarsi prendere dalla sconfitta e dallo sconforto.
Gli esercizi di rieducazione visiva, sono semplici e portano al rilassamento di tutto l’apparato, coinvolgendovi la mente. Se una volta appreso il metodo, si farà un controllo oculistico, ed il medico resterà scettico rispetto ai miglioramenti raggiunti, non preoccupatevi, ma fidatevi dei risultati: la cosa più importante per iniziare questo percorso è la convinzione.
Con un buon lavoro, i disturbi di refrazione possono venir superati, stando sempre attenti comunque, che le turbe dell'apparato visivo, non nascondano qualche seria anormalità. Per cui, prima d’iniziare, è consigliabile conoscere lo stato di salute generale.
Da vari studi, emerge che gli occhi non sono solo dei recettori visivi. Oltre che acquisire segnali luminosi, forniscono alla mente informazioni di svariato genere e utilità, stimolando e incrementando l'archivio immaginativo e arricchendo il mondo interiore individuale. Inoltre di riflesso, collaborano con gli altri organi (gusto, olfatto, tatto, udito) definendo lo spazio ed il movimento del mondo circostante.
Il piccolo fin dalla nascita, matura prevalentemente a livello visivo, imparando presto ad utilizzare lo sguardo per esporre sentimenti o desideri, per cui, gli stessi vengono coinvolti in disturbi di origine psicosomatica la cui radice è legata a difficoltà che si presentano in rapporto con l'ambiente.
Si è osservato, che il bambino miope, più manifestare timidezza e introversione, come se la miopia esprimesse un non voler vedere lontano, un proteggersi dal mondo, nascondendosi dietro una maschera, convincendosi di non essere visto come cautelandosi da qualcosa che teme o può farlo soffrire. L'ipermetrope, invece, manifesta la tendenza opposta, proiettandosi confusamente verso l’esterno con un desiderio di apertura e fuga, al fine di sopraffare il rifiuto, nell'instaurare un dialogo con sé stesso.
Sempre a livello valutativo, la miopia, può essere espressione di qualche paura inconscia, che come tante altre emozioni è prigioniera e non riesce ad essere espressa: ciò potrebbe determinare tensioni che interferiscono negativamente sulle fasce muscolari, producendo alterazioni corporee e dell'apparato visivo.
L'occhio del miope presenta caratteristiche simili a quelle di uno sguardo che esprime timore, collera ecc. Per questo motivo è piuttosto spalancato, con la pupilla spinta in avanti. Tutto questo perché il miope incamera un parziale ma continuo stato di paura che lo condiziona, accumulando emozioni a livello oculare. In sostanza è come dire, che in questa zona del suo corpo, le tensioni hanno creato un ostacolo simile ad una diga, che impedisce di passare oltre, sviluppando tensioni negative sulla plasticità muscolare dell'occhio stesso.
Pure la diplopia rientra fra i disturbi visivi generati da un fattore emozionale, e comportando la mancanza della convergenza mentale, dà una percezione sdoppiata delle immagini.
La fotofobia, ovvero l'intolleranza alla luce, può essere interpretata come uno stato di difesa ed un ulteriore disagio, detto cecità emotiva (isterica), può manifestarsi come fenomeno temporaneo, in determinanti stati emozionali che portano gli interessati a non voler percepire la realtà, rifugiandosi così nella cecità favorente il "mettersi all’oscuro" da ciò che succede attorno.
La rabbia, la gioia, la tristezza, e qualsiasi altra emozione, possono generare il pianto e lo scorrere delle lacrime - simbolicamente - pulisce l’occhio. Anche questo, come altri stimoli, definisce il legame profondo tra lo stato visivo e quello emozionale. Non banalmente, si afferma che piangere è liberatorio portando beneficio sia alla salute fisiologica che mentale, con una vera e propria situazione di sfogo.
Secondo la medicina orientale, l’occhio è governato dal fegato, organo umano che possiede la grande capacità di depuratore energetico.
Pertanto, diversi disturbi visivi sono correlati a disagi d'altro tipo, e spesso, intervenendo su questi, si favorisce il ripristino di una vista ottimale.

Vedere bene non ti stressa nel cercare gli occhiali al mattino!
